Parrocchia Santa Maria Maggiore in San Vito

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Chiese V Prefettura

L'Acquedotto dell'Aniene Vecchio (Anio Vetus)

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Costruito quarant’anni dopo l’Acquedotto Appio, il primo, coi proventi del bottino della guerra vinta contro Taranto e Pirro, l’Acquedotto dell’Aniene fu il primo dei quattro che utilizzarono le acque dell’alto corso di quel fiume. Ebbe l’appellativo di “Vecchio” (Vetus) naturalmente solo quando, quasi tre secoli dopo, fu costruito il secondo Acquedotto dell’Aniene (o Aniene Nuovo). Per la sua realizzazione, portata a termine in tre anni, tra il 272 e il 269 a.C., furono espressamente nominati dal Senato due magistrati (duumviri aquae perducendae), Manio Curio Dentato e Fulvio Flacco, ma fu il secondo ad occuparsi dell’impresa essendo il collega morto appena cinque giorni dopo la nomina. L’Anio Vetus ebbe il merito di portare a Roma acqua abbondante da una regione tanto lontana e in un’età ancora così antica, ma, proprio per questo, risentì di un’esperienza in proposito poco progredita. Inoltre dal momento che derivava l’acqua direttamente dal fiume, esso soffriva d’estate di una forte perdita di portata mentre nella stagione delle piogge e delle piene l’acqua s’intorbidava facilmente. Per questo in età imperiale, a seguito della generale redistribuzione delle sempre più varie e abbondanti acque disponibili, finì per essere destinato prevalentemente all’irrigazione e all’alimentazione delle fontane di ville e giardini.

L’acqua veniva presa all’altezza del XXIX miglio della via Valeria, tra Vicovaro e Mandela, presso la confluenza nell’Aniene del torrente Fiumicino, circa 850 metri a monte di San Cosimato. Il punto di partenza (o “incile”) era costituito da un bacino di raccolta, di m 230 per 165, formato da uno sbarramento artificiale elevato sulla riva sinistra del fiume, con un muro alto circa m 5, spesso 1,75 e fornito di un terrapieno di controscarpa. La lunghezza dell’acquedotto era di 43 miglia (43.000 passi, dei quali 42.779 sottoterra e 221 in superficie su muri di sostegno), pari a km 63,500 circa: il percorso era molto lungo (e tortuoso) perchè nell’attraversamento delle valli fu evitata fin dove possibile la costruzione di ponti o via­dotti mentre con lunghi giri si otteneva di mantenere l’acqua al giu­sto livello. Lo speco, in blocchi di tufo e “soffitto” a capanna, era quasi tutto sotterraneo. La portata all’incile era di 4398 quinarie giornaliere (pari a mc 182.517 e 2111 litri al secondo) delle quali però, a causa di dispersioni o captazioni abusive, solo poco più della metà giungeva a destinazione.

a-tepuloL’acquedotto scendeva da un’altitudine di 262 metri s.l.m., lungo la valle dell’Aniene che seguiva, sempre sul lato sinistro del fiume, e poco più in alto, fino all’altezza di Tivoli. Girava quindi attorno al Monte Sant’Angelo in Arcese (Mons Aeflanus), dove doveva stac­carsi un ramo “tiburtino”, e proseguiva lungo la via di Pomata rice­vendo il contributo di altre “acque”. Si dirigeva poi verso la zona di Gallicano e Gericomio risalendo, con un percorso sinuoso, le valli profonde, alcune delle quali solo in seguito “tagliate” con ponti “monumentali”. Fiancheggiando la via Prenestina, giungeva fino a Gabi; poi, attraversato con un ponte il fosso di Biserano, raggiun­geva la via Latina, in vista dei Colli Albani, tra Casal Morena e il IV miglio. Qui, presso la medievale Tor Fiscale, si trovava la pi­scina limaria alla quale, dopo aver rifornito numerose ville dell’a­gro tiburtino e del suburbio romano, arrivava con una portata ridotta a 2362 quinarie che diminuivano poi ulteriormente fino a 1348 e solo in piccola parte venivano rinforzate dalle 164 provenienti dal­l’Acqua Marcia. Superata quindi la Tuscolana, lungo la via Labi­cana arrivava in città nella località della Speranza Vecchia (Spes Vetus), nella zona di Porta Maggiore, dopo esser uscito all’aperto per attraversare la via Prenestina sopra una sostruzione di 221 passi (circa m 330).

All’interno dell’area urbana l’acquedotto proseguiva, sempre in sotterranea, aggirando con una grande curva l’Esquilino, in dire­zione della zona di Termini, superando le mura repubblicane pres­s’a poco all’altezza di piazza Manfredo Fanti. Costeggiando quindi l’Aggere “Serviano”, finiva con il “castello” terminale all’altezza della Porta Esquilina delle mura repubblicane (poi Arco di Gal­lieno), dov’è ora la chiesa di San Vito. Da una zona così alta della città l’acqua poteva essere agevolmente distribuita in molti luoghi. Molto probabilmente in età augustea, prima che l’acquedotto en­trasse in città, al II miglio della via Labicana, corrispondente alla zona odierna del Pigneto, a circa km 1,5 da Porta Maggiore, fu co­struita una diramazione col nome di Specus Octavianus che, se­guendo sempre sotterranea la via Casilina, e poi attraversando la zona di Santa Croce in Gerusalemme e quella di San Giovanni in Laterano, raggiungeva gli Horti Asiniani presso la chiesa di San Cesareo sull’Appia, dove furono poi costruite le Terme di Caracalla. Secondo Tito Livio, un ramo dell’acquedotto raggiungeva il Cam­pidoglio.

L’Anio Vetus fu sottoposto a interventi di restauro nel 144 a.C. ad opera di Q. Marcio Re; nel 33 a.C., ad opera di Agrippa, e tra 1’11 e il 4 a.C. per iniziativa di Augusto al quale, visto il nome, deve essere anche attribuita ‑ come s’è già accennato ‑ la diramazione dello Specus Octavianus. Altri interventi di restauro sono ricordati ancora nel I e nel II secolo d.C. Quanto ai resti dell’acquedotto, un bel tratto dello speco fu scoperto, tra gli altri, nei pressi di Porta Maggiore: a sezione rettangolare, alto m 1,75 (per 0,80 di larghezza), con pareti in opera quadrata di tufo rivestite di uno spesso strato di cocciopesto, pavimento e “copertura” in piano con lastre pure di tufo. Fuori di Roma, a monte del paese di San Vittorino, si trova uno dei ponti più importanti, il Ponte della Mola, costruito in età adrianea, in opera mista di reticolato e laterizio, che accorciò il percorso di circa un chilometro e mezzo. Esso superava la valle del Fosso della Mola di San Gregorio con un doppio ordine di 29 arcate (più due archi semplici iniziali) per una lunghezza di 156 metri e un’altezza massima di 24,50; le ultime tre arcate sostenevano il canale in forte pendenza, con un balzo di quota di circa m 4, necessario per raccordare il livello del nuovo tratto con quello del percorso più antico, al momento del ricongiungimento (nel 1965 l’intera porzione centrale di tre doppie arcate è crollata mentre una quarta arcata, pure doppia, adiacente a quelle crollate, è stata abbattuta perchè pericolante).

Altri cospicui resti di ponti si trovano sul Rio Secco (Ponte Taulella) e sul Fosso di Caipoli (Ponte Pischero).

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