Parrocchia Santa Maria Maggiore in San Vito

Via Carlo Alberto, 47
00185 – Roma (RM)


Chiese V Prefettura

Atti del martirio dei santi Vito, Modesto e Crescenzia

Nulla di certo si conosce sulla figura di san Vito, eccetto che il suo culto è molto antico e che soffrì la passione probabilmente al tempo di Diocleziano. La tradizione lo vuole nativo della Sicilia. Vi è una certa confusione anche circa il luogo del suo martirio, che la maggior parte delle fonti indica tuttavia in Lucania. Nel VII secolo una passio leggendaria gli affianca due compagni di martirio, Modesto e Crescenzia, presentati come il pedagogo e la nutrice del santo, il culto dei quali fu inserito nel Calendario romano solo nel sec. XI. Infatti, tutte le fonti più antiche riferiscono di un culto al solo Vito, così in diversi Sinassari, nel Martirologio Geronimiano, nel martirologio di Beda, nell’antico martirologio Inglese; in particolare il Sacramentario Gelasiano e un antico Evangeliario del Sud Italia assegnano alla sua festa (15 giugno) una pericope di guarigione dalla possessione demoniaca e dalla malattia. Nel medioevo in Inghilterra la maggior parte delle abbazie celebrava solamente la memoria di Vito e Modesto senza Crescenzia, eccetto cinque abbazie che seguivano il rito di Sarum che aggiunsero il nome della santa.

Al tempo di papa Gelasio (492-496) un’antica chiesa venne dedicata al culto di san Vito a Roma sul colle Esquilino.

Le reliquie del santo sono sparse in diversi luoghi. Particolarmente venerate in Sicilia: a Mazara del Vallo, città che ne rivendica i natali, ove si custodisce il cuore del santo; sue reliquie insigni si trovano anche a Ciminna e a Regalbuto. Nel medioevo alcune reliquie vennero trasferite a Saint-Denis a Parigi ed a Praga ove il santo principe Wenceslaus gli dedicò la cattedrale. Una grande devozione per san Vito si sviluppò anche in Germania, quando sue reliquie furono traslate all’Abbazia di Corvey in Sassonia nell’836. A Roma, presso la diaconia di san Vito, si custodisce un busto reliquiario che viene recato in processione il giorno della festa del santo. Una piccola reliquia è venerata presso la parrocchia ortodossa russa di sant’Ambrogio in san Vito al Pasquirolo a Milano.

La celebrazione del Giorno di San Vito (Vidovdan) è una delle feste religiose e nazionali più importanti della Serbia. Ogni anno si svolge una celebrazione a Gracanica e nel sito adiacente di Gazimestan in cui ebbe luogo la storica battaglia del Kosovo nel 1389, quando un gruppo di soldati cristiani guidati dal santo principe serbo Lazar affrontò l’esercito invasore ottomano del sultano Murat, combattendo fino al martirio.

La memoria del santo martire Vito è unanimemente celebrata dai cristiani il 15 giugno, dies natalis del santo, in alcuni sinassari slavi è anche celebrata il 16 maggio[1].

Acta sanctorum Viti, Modesti et Crescentiae Martyrum

I. Al tempo che infieriva la persecuzione di Diocleziano, giunse avviso al preside Valeriano che il fanciullo Vito, figlio del patrizio Ila, er’adoratore di Cristo. A sé chiamato il padre gli disse: Ch’è mai questo che mi vien riferito, tuo figlio prestare culto a Dio de’ Cristiani?

Lo che avendo udito, e tornato a casa, Ila chiamò Vito e gli disse: Accetta carissimo, un mio consiglio salutare; rinunzia alla superstizione, di cui ti se’ fatto una pratica laboriosa in onore di non so qual trapassato, se non vuoi che contro te infierisca la collera del Principe, a rovina tua ed angoscia mia.

Vito: Piacesse a Dio, padre mio, che tu ponessi studio a risapere chi e quale fu quello che sprezzantemente appelli non so qual trapassato! al culto che gli professo assentiresti, perocch’egli è Cristo Figlio di Dio, che cancella i peccati del mondo.

Ila: Emmi noto Cristo, che dici Dio, essere stato, a provocazione degli Ebrei, per consenso di Pilato, flagellato, e crocifisso in Palestina.

Vito: Ciò accadde come dici: ma in ciò si comprende un grande, sacro, prodigioso mistero[2].

Ila: Per quanto spetta al fatto, dillo piuttosto supplizio che mistero.

Vito: M’odi paziente, e dà luogo alla verità. La passione e morte di nostro Signor Gesù Cristo, ci è redenzione, e tieni per certo che niuna considerazione o paura al mondo potrebbe indurmi a rinnegare la gratitudin dovuta a tanto beneficio.

II. Miracoli di ciechi illuminati, d’infermi sanati operava Vito; i demoni ne diffusero il grido, e Valeriano chiamò nuovamente Ila: So di certo, dicendogli, che tuo figlio si è fatto sempre più apertamente cultore di Cristo, e spregiatore degli Dei; eppertanto reputo prezzo dell’opera restituirlo io stesso sulla buona via.

Venne Vito, e lo interrogò il preside: Perché non sagrifichi ai numi? Ignori che Cesare decretò, sieno puniti gli adoratori del Galileo?

Vito pieno dello Spirito Santo, di nulla temendo, benché temere sia proprio della fanciullezza, crocesegnatosi il fronte, rispose: Non rend’onore a demonii né spreco venerazione ad opere di scoltura; perché tengomi il Figlio del Do vivente qual Dio esso stesso, ed a Lui fedelmente serve la mia anima.

Ila presente scoppiò in lamenti: Abbiate compassione di me, che sto per perdere il figlio.

Vito al padre: Nol perdi se lo accoglie la congregazione dei giusti.

Valeriano: La nobiltà de’ tuoi natali, o fanciullo, e l’amicizia che porto al tuo genitore mi hanno finor trattenuto dal procedere contro di te qual sacrilego, in conformità ai decreti imperiali: adesso che di palese singolare pervicacia dai segno, vo’ provarmi a guarirtene per via d’un qualche gastigo – e lo fece frustare; indi soggiunse: Ora ti arrendi e sagrifica.

Vito: Già te l’ho detto che son adoratore di Cristo.

Valeriano ordinò colpi più gagliardi; ma gli sgherri al primo alzare le braccia se le sentirono paralizzate, e la mano del preside fu colpita d’insensibilità: chiamò Ila e: mi avvedo, gli disse, che tuo figlio è mago.

Vito: Non mago, ma servo di Cristo, che risuscita i morti: nel nome suo posso guarirti: alzò gli occhi al cielo, e la mano tornò sana al preside che consegnò il fanciullo al padre raccomandandogli di farlo rinsavire.

Ila ricorse a blandimenti: circondò Vito di suoni, canti, danze cercando ritrarlo dalla osservanza di Dio; le camere in cui giacea confinato erano adobbate di tappeti e marmi preziosi. Il fanciullo supplicò il Signore: Soccorrimi che il demonio no mi vinca, e le genti non abbian a dire: dov’è il Dio di costui?[3]

La camera s’illuminò di mirabile splendore, e olezzò d’incomparabile fragranza. Ila, e i servi, che origliavano, e spiavano per la porta socchiusa, stupirono; ed Ila mirò dodici angili alati stupendamente belli: lo accecò quella luce, imparando egli a proprie spese gli arcani celesti non rendersi impunemente accessibili che a cuori puri. Vito intanto, ignaro dell’accaduto, continuava a pregare Dio pel padre, che gli aprisse lo intelletto. Gl’improvvisi lamenti d’Ila: Ohimè son cieco! – posero in scompiglio la casa. Riseppelo Valeriano e accorse: trovò Ila trangosciato, e lo trasse al tempio di Giove, a cui votossi dicendo: Se mi restituisci la vista, ti sagrificherò infinite vittime. Crebbegli lo spasimo.

Vito allora supplicò a questo modo: Signore che illuminasti Tobia, abbi compassione di mio padre se vien a credere in Te – e voltosi ad Ila gli disse: Vuoi risanare?

Ila: Lo voglio!

Vito: Dei rinunciare agli idoli.

Ila: Come vi si rinunzia?

Vito: Reputandoli, quai sono, dèmoni non dei; e nei simulacri, sinora da te venerati, non accogliersi potenza alcuna.

Ila: Eccomi pronto.

Vito: Vedo che ti domina paura, non convinzione: nientedimeno, acciò costoro credano in Gesù Cristo, e glorifichino il suo nome, lo implorerò: ed ecco Ila riacquistare la vista…

III. L’Angelo del Signore comparve a Modesto, pio vegliardo, ajo di Vito; e gli disse: Prendi teco il fanciullo, e scendi al mare: vi troverai in pronto una barchetta che ti trasferirà dove io son per adurti.

Il beato Vito contava dodici anni. L’Ajo lo addusse alla riva; trovaronvi la barca e l’Angelo.

L’Angelo a Vito: Dove ti drizzi?

Vito: Dove piace al Signore.

L’Angelo: Chi ti è piloto?

Vito: Cristo a cui serviamo.

Salparono tragittando alla foce del fiume Silaro: ivi l’Angelo sparì; ed essi posero stanza appié d’un albero, nudriti da un aquila apportatrice del cibo quotidiano. Stupirono gli abitanti del dintorno de’ meravigliosi sopraggiunti: Vito ne istruì e battezzò molti. I dèmoni urlarono: Che cosa ci abbiamo noi di comune con te, o Vito: perché venissi ad osteggiarci?[4]

IV. Il figlio dell’imperatore Diocleziano era invaso da uno spirito immondo, il quale per sua bocca dichiarò, che non sarebbe uscito di là se non fosse stato Vito a cacciarlo. Richiesto dove trovarlo, rispose: Alla foce del Silaro. Là fu trovato, e menato a Roma con Modesto.

Le forme della persona e del viso aveva elette; ed occhi spiranti la grazia di Gesù Cristo. Richiestolo Diocleziano: Sei tu Vito? Vito non fiatò: Diocleziano sdegnato: perché, gridò, manchi tu alla riverenza che mi devi con codesto tuo tacere ostinato?

In quel punto il demonio per bocca dell’ossesso figlio dell’imperatore urlò: Vito perché mi tormenti? Né Vito fiatò.

Diocleziano lo interpellò nuovamente: Puoi sanarmi il figlio?

Non io lo posso, rispose, sibbene Cristo Figlio di Dio, del quale sono servo. Pregato di farlo, pose la mano sul capo dell’indemoniato, e tosto il malo spirito se ne partì, uccidendo molti astanti che si erano fatti beffe del santo Fanciullo.

Diocleziano a Vito: Sagrifica, e ti farò maggiorente nell’impero per dovizia ed autorità.

Vito: Non abbisogno delle tue larghezze. Io mi serberò fido al mio Dio: mi vestirà Egli di abbigliamento cui niuna tenebra saprà oscurare.

Diocleziano: Sagrifica se ti è caro di vivere.

Vito: Di ciò che minacci son cupido; perché conseguirò la palma che il Signore si è degnato promettere a’ suoi cari.

Diocleziano fe’ chiudere Vito e Modesto in una buja prigione, la quale si rischairò di vivissima luce, e il Santo Fanciullo fu udito dire: Come liberasti i tre dalla fornace[5], e Susanna dalle false testimonianze[6], così, o Signore, togli noi da questo carcere.

Un terremoto squassò la prigione, e apparì Cristo dicente: Vito fa cuore, io sarò sempre teco![7]

I ceppi de’ prigionieri si erano franti e fessi; udire il canto degli angioli: Sia benedetto il Dio d’Israello per avere visitato e redento il popol suo![8]

Corsero gli esterrefatti carcerieri al palazzo imperiale, vociferando come se Roma perisse: Diocleziano sgridolli degl’impazzati clamori.

Vito, risposergli, che ci desti a custodire, sta conversando con un visitatore del quale niun mortale può sostenere l’aspetto: hanno intorno una moltitudine di bianco-vestiti che non rifiniscono di cantare.

Diocleziano fece apprestare l’anfiteatro: Ora vedremo (bestemmiando) se Cristo saprà cavare costoro dalle ugne delle belve.

Lorchè Vito e Modesto si trovaron intromessi nell’arena, il Fanciullo disse al Vecchio: Coraggio, padre! Siamo presso a cogliere la corona.

Assistevano allo spettacolo migliaia di cittadini.

Diocleziano a Vito: Dove ti vedi?

Vito non rispose.

Diocleziano: Dove pensi tu d’essere?

Vito: Orsù fa presto il diabolico tuo còmpito.

Diocleziano: Provvedi a’ casi tuoi.

Vito: Maledizione sovra di te, o tentatore! Stupisco della impudenza de’ tuoi consigli: io mi sto con Cristo, a cui ho fatta oblazione della mia vita.

Diocleziano fe’ venir fuori un leone che infondeva spavento col solo ruggito, e disse: Contro questo non prevarranno malie.

Vito: Stolto! Non comprendesti peranco che sta meco il mio Signore?

Sbucò dal carcere la tremenda belva, e corse a mansuetamente lambire i piedi al Fanciullo; il qual apostrofò l’imperatore stupefatto: Vedi, empio, come gli stessi bruti rendon onore al vero Dio? E tu lo disconosci mentr’Egli, te lo garantisco io, ti accoglierebbe, solo che volessi credere in Lui!

Diocleziano: Credi tu, credano i pari tuoi, non io!

Vito: Ben dicesti. Noi aspiriamo ad acquistare la celeste corona divenendo figli di Dio per via della Fede[9]; e la Fede, dono celeste, è dinegata ai pari tuoi.

Diocleziano: Molti, a mirare questi tuoi malefizii crederanno nella Podestà che ti fa domare le fiere.

Vito: Le creature obbediscono al loro Creatore; questi sono i miei malefizii. Vergognati! I bruti fanno ciò a cui ti rifiuti tu dotato di ragione, e per questo da meno dei bruti.

Diocleziano ordinò che Vito, Modesto, e Crescenzia, in quel punto convertitasi a Cristo, e che ne avea fatta pubblica dichiarazione, salissero un divampante rogo.

Vito: Bel valore di romano imperante tormentare una femmina! – E diessi a recitare il salmo: Salvaci o Dio nel tuo nome, e liberaci colla tua potenza![10]

In quell’istante tremoti e folgori abbatterono un vicino tempio degli idoli con eccidio di molti, e scosser in ogni parte la cerchia anfiteatrale. Diocleziano atterrito fuggì battendosi la fronte e gridando: Maledizione su di me che fui vinto da un fanciullo!

L’Angelo trasferì Vito e Modesto sulle rive del Silaro appié dell’albero a cui poco prima erano stati rapiti. Là il Fanciullo pregò in questa forma: Degnati, o Signore, di esaudire coloro che sarebbonsi gloriati di renderti testimonianze morendo, liberandoli dai pericoli del secolo, guidandoli a’ gaudii della eternità felice!

Orato ch’ebbe così, scese dall’alto una voce: Dio vi esaudisce.

Allora Vito disse agli astanti: Seppellite i nostri corpi; e ciò che a pro delle anime vostre chiederete al Signore lo conseguirete per nostra intercessione.

Ciò detto le anime beate ascesero al Cielo.

Da: Conte TULLIO DANDOLO, Roma Cristiana nei primi secoli, vol. II – Martiri, Assisi 1866, 179-185.

 

[1] 29 maggio col nuovo calendario. In occidente il 29 maggio è celebrata la memoria di un omonimo martire romano.

[2] Cfr. Filippesi 2, 5-11; Colossesi 1, 26.

[3] Psalmo 41, 3.

[4] Cfr. Marco 5, 7.

[5] Daniele 3.

[6] Daniele 13.

[7] Cfr. Matteo 28, 20.

[8] Luca 1, 68.

[9] Cfr. Filippesi 3, 14.

[10] Psalmo 52.

 

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