Parrocchia Santa Maria Maggiore in San Vito

Via Carlo Alberto, 47
00185 – Roma (RM)


Chiese V Prefettura

STORIA DELLA CHIESA

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La storia della Chiesa di S. Vito viene dettagliatamente descritta in una “Monografia estratta dal Bollettino dell’ALMA ROMA n. 5-6, Settembre – Dicembre 1977″ curata e scritto dal compianto Prof. Paolo Mancini. Divenuta di difficile reperimento, tale opera viene qui pubblicata. Un particolare ringraziamento all’Associazione Alma Roma proprietaria di tutti i diritti.

LA DIACONIA DEI SS. VITO, MODESTO E CRESCENZIA

Da via Merulana (1), inoltrandosi lungo la via di S. Vito, poco oltre la metà, si incontrano due antichi e suggestivi monumenti: l’Arco detto di Gallieno e la Diaconia, chiesa, dedicata ai SS. Vito, Modesto e Crescenzia.

Le Diaconie
Poiché, come si è detto, la chiesa di S. Vito è una diaconia, è opportuno qui premettere poche notizie sulle diaconie stesse, chiarendone l’origine, e, quindi, la funzione nella vita religiosa e civile della Roma medievale.
Quando, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, il potere militare e politico dell’Impero Bizantino incominciò sempre più a declinare in Italia e, soprattutto a Roma, quando i lontani imperatori non furono più in grado di difendere la città ne’ di soddisfare le più impellenti necessità della sua popolazione, al potere civile, in lenta ma inesorabile estinzione, si andò via via sostituendo quello della Chiesa.
In particolare, quando, sempre più spesso, il praefectus urbis ed i suoi funzionari addetti all’Annona, a causa dell’incapacità e volte anche della cattiva volontà degli imperatori (2), non potettero più assolvere il loro ufficio di provvedere all’approvvigionamento urbano, a soddisfare un così fondamentale e vitale bisogno, a loro dovette necessariamente subentrare la Chiesa che assolse il compito sia provvedendo direttamente a procurare i viveri necessari, facendo venire ad esempio il grano in gran parte dalla Sicilia, e dal Lazio, ove aveva vastissime proprietà, sia provvedendo alla loro distribuzione alla popolazione per mezzo di un nuovo istituto: quello diaconale, che sviluppatosi lentamente a seconda delle necessità e delle possibilità, risulta completamente organizzato soltanto nell’ottavo secolo. Lo studioso francese H. I. Marrou (3) ha sostenuto, con buoni argomenti, che le diaconie romane avrebbero avuto come modello quelle orientali (come in Palestina, Gerasa), a loro volta originate da comunità monastiche egiziane che, chiamate anch’esse diaconie, avevano come loro missione quasi esclusiva l’assistenza ai poveri; questo istituto sarebbe poi passato in Italia ove, dall’epistolario di Gregorio Magno, si conoscono le diaconie di Napoli, Pesaro e forse Ravenna certamente più antiche di quelle romane a favore delle quali il pontefice intercede presso prelati e funzionari civili perché esse possano adempiere nel miglior modo possibile al compito di servire i poveri. Un altro studioso, J. Lestocquoy (4) aveva sostenuto precedentemente l’originalità delle diaconie romane, in un primo tempo dirette da civili coadiuvati da ecclesiastici e poi soltanto da ecclesiastici. Qualunque ne sia l’origine, è certo che esse conobbero il loro massimo fiorire proprio qui a Roma.
Fin dal V secolo i pontefici avevano dovuto intervenire per rifornire Roma dei viveri indispensabili, come fece ad esempio papa Gelasio (492 496) che, come si legge nel Liber Pontificalis (5), “liberavit a periculo famis civitatem Romam”; scrive Gregorio di Tours (6) che nel 589, a causa di una grande alluvione del Tevere in Roma “horrea ecclesiae subversa sint in quibus nonnulla milia modiorum tritici periere”. E’ notissima l’opera caritatevole di S. Gregorio Magno (590 604) a favore del popolo affamato della città, ed ancora nel Liber Pontificalis si legge che il successore del santo pontefice, Sabiniano (604 606), poiché ” … fuit famis in civitate Romana gravis… iussit aperire horrea ecclesiae et venumdari frumenta per solidum unum tritici modios XXX”. Sabiniano fu molto criticato per aver fatto pagare il grano che il predecessore aveva regalato (7). Soltanto più tardi si hanno le prime notizie sulle diaconie romane le quali si trovano citate nel Liber Pontificalis che di esse rimane la fonte principale nella vita dei vari pontefici. Compaiono per la prima volta nella vita di Benedetto II (684 685) (8) che “Hic dimisit omni clero monasteriis diaconiae, et mansionariis auri libras XXX”, e poi nelle vite dei pontefici Giovanni V (685 686), Conone (686 687), e Gregorio II (715 731) (9). Da queste notizie si deduce che le diaconie fossero allora, cioé alla fine del sec. VII e inizi dell’VIII, non soltanto già esistenti ma anche ben organizzate come monasteri (ciò che avvalora l’ipotesi del Marrou), ma non se ne indica il numero che può essere conosciuto soltanto da un passo nella vita di Adriano I (772 795) (10), in cui è detto “Nam et per diversas diaconias fecit simili modo vela stauracia seu tyrea per unaquaque diaconia numero VI, qui fiunt simul vela numero XCVI “: il papa cioé dona a ciascuna diaconia sei veli o cortine, ammontanti complessivamente a novantasei, le diaconie quindi sono sedici, già esistenti ai tempi di Adriano che a sua volta ne fonda altre tre alle quali “… constituit ut per unamquamque hebdomadam, quinta feria die, cum psallentia a diaconia usque ad balneum pergerent et ibidem dispensationem per ordinem pauperibus consolari atque elemosina fieri” (11) e cioé il pontefice ordina che ogni settimana, il giovedì, i poveri vadano cantando salmi dalla diaconia al bagno e la’, in ordine, sarà loro fatta una distribuzione (di viveri) e sarà data l’elemosina. Ed ancora in un altro passo è detto che lo stesso pontefice Adriano I alle diaconie di S. Adriano e SS. Cosma e Damiano concede “… agros, vineas, oliveta, servos vel ancillas, et peculiis diversis atque rebus… mobilibus, ut de rem eorum crebro lusma (cioé: bagno) diaconiae perficientes pauperes Christi refocillentur” (12), ovverosia il pontefice dona alle due diaconie beni e servi affinché i poveri in Cristo siano rifocillati e possano fare spesso il bagno.
Da questi brani tratti dalle vite dei vari pontefici (confrontandoli con altre fonti che per brevità non si riportano) si può desumere quale fosse l’organizzazione delle diaconie. Ordinate come dei monasteri, esse erano amministrate da monaci (chiamati diaconitae, e mai diaconi, dei quali si dirà) (13), diretti da un pater o dispensator, anch’egli quasi sempre un monaco, mentre il personale di servizio era costituito da “servos et ancillas”. Ricevevano non soltanto il grano dal pontefice, ma da questi e da altri benefattori avevano in dono danaro e beni mobili e immobili dai quali trarre quanto si doveva dare ai poveri che, in quei tempi di grandi continue calamità: guerre, pestilenze, costituivano la massima parte della popolazione.
I monaci addetti, oltre a provvedere ai bisogni materiali dei loro assistiti, avevano cura della loro igiene conducendoli spesso nei bagni ed impartivano loro l’assistenza religiosa nelle chiese ricavate nei locali occupati dalle singole diaconie.
Per poter assolvere a compiti tanto vasti e impegnativi ebbero bisogno di molti locali i quali non potendo essere appositamente costruiti data la povertà dei mezzi allora a disposizione, furono ricavati in quegli edifici pubblici che erano stati abbandonati e rimanevano inutilizzati.
Infatti quasi tutte le 23 diaconie elencate nella lunga lista di chiese e istituti religiosi romani ai quali Leone III (795-816) (14) aveva offerto moltissimi doni sorgevano in antichi edifici pubblici come ad esempio: S. Maria in Cosmedin nei locali della Statio Annonae, S. Lucia in Orphea (ora: in Selci) in quelli della Porticus Liviae, S. Teodoro in quelli degli Horrea Agrippiana e così via. Fanno eccezione soltanto quelle costruite negli ultimi tempi, presso S. Pietro in Vaticano.
Quando le diaconie cessarono dall’esercitare le mansioni sopra descritte non è noto, si sa però che si ridussero presto a diciotto e il loro numero variò ancora mentre qualcuna delle antiche fu sostituita per varie ragioni da altre chiese.
Soltanto agli inizi del sec. XII (15) i cardinali diaconi vennero assegnati ad una diaconia della quale presero il nome. E’ da notare che in origine le sedi e i compiti dei diaconi regionari erano completamente distinti dalle diaconie. Papa Fabiano (236 250) assegnò un diacono ad ognuna delle sette Regioni ecclesiastiche nelle quali era stata divisa Roma da papa Clemente I (90 100) l’Esquilino apparteneva alla V Regione civile e alla III ecclesiastica . I sette diaconi, incaricati, ciascuno per la sua regione, dei servizi di amministrazione dei beni temporali della comunità e della normale carità che è stata e sarà sempre praticata dalla Chiesa venivano denominati dalla regione alla quale erano stati preposti: diacono della tale o talaltra Regione; e non avevano nessuna relazione con le diaconie. Soltanto nel XII secolo, ad iniziare dal pontificato di Pasquale II (1099 1118), a seguito della nuova ripartizione ecclesiastica della città in diciotto circoscrizioni, i cardinali diaconi, aumentati di numero, vennero assegnati ciascuno ad una delle diciotto diaconie, concorrendo così, con gli altri dell’Ordine dei Vescovi e dell’Ordine dei Preti, a formare il Sacro Collegio cardinalizio.

La Diaconia di S. Vito in Macello
Nel suo notissimo volume sulle chiese di Roma, 1′Armellini, a proposito dell’origine della chiesa di S. Vito, ha scritto: “sembra che fosse eretta fino dal secolo IV” (16), senza pero’ indicare quale sia la fonte dalla quale abbia attinto la notizia. E’ probabile che abbia dato credito ad alcuni eruditi del passato (17) secondo i quali S. Vito sarebbe sorta, nel IV secolo, nella basilica Sicinini, e, secondo il Moroni (18), addirittura donata da Costantino ai Cristiani. I tumulti esplosi fra i partigiani di papa Damaso (366 384) e quelli del suo avversario, pretendente al pontificato, Ursino (o Ursicino) sarebbero culminati proprio nella detta basilica in uno scontro, che causo’ la morte di ben centotrentasette partigiani di Ursino. Il sacrilegio avrebbe causato l’abbandono temporaneo della chiesa. Questo episodio e’ la duplicazione, per la chiesa di S. Vito, di quanto e’ effettivamente avvenuto, secondo il racconto di Ammiano Marcellino (19), nella “basilica Sicinini” che e’ pero’ da identificare con la basilica eretta da papa Liberio (352 356) sull’Esquilino, e poi ricostruita da Sisto III (432 440) poco lontano e che oggi ha il nome di S. Maria Maggiore. Il Sicininum secondo molti studiosi (20) sarebbe una zona dell’Esquilino dove sorsero sia la basilica di papa Liberio sia la diaconia di S. Vito: da cio’ l’equivoco di attribuire a questa quanto e’ avvenuto nell’altra. Il noto studioso A. Ferrua S. I. sostiene (21) che la basilica ove avvenne l’eccidio fu S. Maria in Trastevere e che il Sicininum e’ una zona del Trastevere stesso. Cio’ a maggior ragione escluderebbe la possibilita’ che il tragico episodio sia avvenuto nella chiesa di S. Vito, che, inoltre, non e’ stata mai basilica.
Ancora un altro avvenimento si crede erroneamente accaduto in S. Vito.
Nel Liber Pontificalis, nella vita di Stefano III (22), si racconta l’episodio relativo al presbitero Filippo che da una folla di cittadini romani, sobillati da Waldiperto, “messo” del re longobardo Desiderio, riuniti al monastero di S. Vito (pergentesque in monasterio Beati Viti) venne acclamato quale antipapa in opposizione a Stefano III, e introdotto nel palazzo pontificio del Laterano da dove pero’, nello stesso giorno, fu scacciato dal primicerio Cristoforo, tuttavia “cum magna reverentia ad suum reversus est monasterium”. Da allora, percio’, Filippo fu chiamato “il papa di un solo giorno”. Alcuni studiosi quali il Duchesse (23) e il Biasiotti (24) hanno voluto identificare il monastero “Beati Viti” del presbitero Filippo con la diaconia, ma il Cecchelli ha dimostrato (25) che questa e’ completamente distinta dal monastero, il quale e’ invece da identificare con l’oratorio “Sancti Viti qui ponitur in monasterio qui appellatur de Sardas” (26), e con la chiesa in seguito chiamata S. Vito in Campo, che, scrive sempre il Cecchelli, potrebbe essere il superstite oratorio del monastero “de Sardas”, chiesetta che sorgeva fra l’attuale S. Vito e Piazza Vittorio, e andata distrutta in epoca imprecisata.
Infine un’altra ipotesi, avanzata dall’Armellini, seguito dal Card. Schuster (27) che cioe’ il monastero, fondato dal papa Ilaro (461 468), detto “ad Lunam” sia congiunto alla chiesa di S. Vito non e’ stata accettata dalla critica recente: 1′Huelsen la dice “senza fondamento”.
Esaminate cosi’ le varie ipotesi, che qui si reputano errate, formulate dagli studiosi sopra ricordati, si puo’ ritenere che la prima, certa menzione della diaconia di S. Vito si trova, sempre nel “Liber Pontificalis” nella citata vita di Leone III (715 816) ove, nella lunghissima lista di chiese e istituti religiosi che ricevono doni dal pontefice, fra le diaconie, delle quali tutte si puo’ infine conoscere il nome, e’ citata due volte quella di S. Vito: ” et in diaconia Sancti Viti fecit vestem… “; e l’altra: ” in diaconia Beati Viti fecit coronam…” (28).
Nominata qui per la prima volta, la diaconia di S. Vito, poiche’ non figura fra quelle fondate da Adriano I, e’ da annoverarsi fra le sedici che da questi hanno ricevuto doni. La sua origine percio’ certamente e’ anteriore all’elezione al pontificato di quest’ultimo pontefice, ma di quanto, e’, allo stato attuale delle conoscenze, impossibile stabilire.
Come le altre consorelle, anche la diaconia di S. Vito ha occupato, nella Roma declinante del VII o VIII secolo, un edificio pubblico lasciato ormai in abbandono e cioe’ il Macellum Liviae, il mercato monumentale fatto costruire da Augusto e dedicato a sua moglie o da questa stessa innalzato (29).
Scrive il Lugli (30) che il centro della vita pubblica della regione esquilina era il forum Esquilinum, “situato in parte dentro e in parte fuori delle mura serviane presso la porta omonima. Uno degli edifici che abbellivano questa piazza all’esterno era il MACELLUM LIVIAE, o grande mercato”. A conferma che nella zona di S. Vito stesse il foro Esquilino si puo’ citare fra gli altri P. E. Visconti (31) che riporta una iscrizione di un cippo che stava nel basamento dell’altare maggiore della chiesa di S. Vito (in fulcro altaris maioris), poi andato perduto, nel quale, nella parte frontale, si leggeva che Flavio Euricle Epitincano prefetto dell’Urbe, del 243 d. C., aveva restaurato un Foro che ovviamente in quella zona non puo’ essere che 1′Esquilino, e, nel lato sinistro si leggevano i nomi dei consoli Arriano e Papo (32). Inoltre un altro cippo, molto simile a questo e’ stato trovato (33), scrive sempre il Visconti che lo pubblica: “circa venti metri al di la’ dell’arco di Gallieno, sotto il marciapiedi, che stava lungo il muro della chiesa dei Santi Vito e Modesto”; con la seguente iscrizione: FL = EVRYCLES = EPITYNCANUS = VC PRAEF VRB = CONDITOR HV = IVS FORI CURAVIT.
Anche secondo il Lanciani, che diresse gli scavi in quel tratto dell’Esquilino effettuati negli anni 1871 74 per la costruzione del nuovo quartiere e poi anche nei seguenti, il Foro Esquilino stava in questa zona e di esso faceva parte il Macellum Livide (34). Nel suo lavoro “L’itinerario di Einsiedeln e l’Ordine di Benedetto Canonico”, a commento della frase dell’Ordine di Benedetto “Redit (il papa) ad palatium per montem exquilinum, intrans sub arcu(m) ubi dicitur macellum Livianum” il Lanciani scrive che negli scavi degli anni 1871 74 “si e’ ritrovata una piazza da mercato circondata da botteghe e da porticati, ma e’ costruzione dei tempi di Traiano, tutta di laterizio e reticolato, senza alcun ornamento di colonne, di marmi, di plutei, quali converrebbero ad un’opera di Livia… In tutta la regione vicina posso indicare un solo spazio di suolo, capace di avere contenuto il macello liviano: si trova a destra di chi esce la porta Esquilina, ed e’ limitato dalle mura serviane ad ovest, dalla via Prenestina (Labicana) a nord, dalla antica Merulana ad est, e dalla moderna via dello Statuto a sud”. Dopo aver descritto le altre scoperte aggiunge: “Il ritrovamento dei due cippi di Flavio Euricle Epitincano, prefetto Urbano non lascia dubbi trattarsi veramente del classico Macello” e in nota aggiunge: ” …gli adornamenti di Epitincano furono fatti al foro esquilino, ma potrei facilmente dimostrare che foro e macello furono riuniti in uno stesso gruppo anche prima del sec. IV “. Pero’ nella carta di Roma antica da lui edita negli anni 1893 1901 pone il Macello liviano proprio nella zona che aveva esclusa, ove aveva trovato il mercato, tra via Napoleone III e dopo via Principe Amedeo, al di fuori delle mura serviane.
Anche il Lugli nella sua FORMA URBIS ROMAE IMPERATORUM AETATE, delineata con Italo Gismondi, pone il Macellum Liviae in quest’ultima area tra le vie Principe Amedeo e Carlo Alberto, e cosi’ anche Filippo Coarelli il quale nella sua “Guida Archeologica di Roma”, dopo aver scritto che sembra da escludere l’identificazione proposta del Macellum con l’edificio scoperto recentemente sotto S. Maria Maggiore, aggiunge che per il Mercato “si deve… ritenere ancora valida l’antica identificazione con i resti di un grande edificio (m. 80 x 25)… subito fuori e a nord della Porta Esquilina”, l’edificio cioe’ menzionato da Lugli e scavato dal Lanciani (35).
Queste notizie e le opinioni di tanti studiosi relative al Foro Esquilino e al Mercato di Livia (tenendo ben presente che la chiesa di S. Vito e’ detta in Macello a differenza di S. Maria Maggiore che e’ detta iuxta Macellum Liviae) fanno considerare non arbitraria l’ipotesi che la diaconia di S. Vito si sia insediata proprio negli edifici del Mercato o in altro edificio confinante che col passare del tempo sia stato confuso col Macello stesso.
Se le notizie sull’antica sede della diaconia e sull’epoca della sua prima fondazione sono ancora incerte e controverse, quelle relative ai secoli seguenti sono piu’ sicure e piu’ fondate.
Nel gia’ citato “Itinerario di Einsiedeln” , del sec. VIII, la chiesa viene ricordata piu’ volte: Sanctus Vitus. Iterum Sancti Viti, Usque ad Sanctum Vitum e Sanctus Vitus – Nympheum (36).
Queste numerose menzioni dimostrano l’importanza e la notorieta’ che in quel tempo aveva raggiunto la diaconia, la quale viene nominata in seguito in tutti i cataloghi delle chiese di Roma (37): in quello di Cencio Camerario (del 1192), al n. 35: sco Vito XVIII den. (la stessa somma delle altre diaconi); nel catalogo di Parigi (circa 1230), al n. 279: S. Vitus in Marcellis (immediatamente preceduto da S. Vito in Campo); in quello di Torino (circa 1320), al n. 152: Sancti Viti in Macello dyaconi cardinalis, habet 2 clericos in quello del Signorili (circa 1425) al n. 216: Sci Viti in Macello.

La ricostruzione Sistina
Ma nel secolo XV la chiesa doveva essere molto rovinata. L’Urlichs (38) riporta uno scritto relativo a Roma, databile alla fine del XIV sec. o all’inizio del XV: “inter… et macellum Liberie, ubi est hodie ecclesia sci Viti in Macello ” c’era una casa “hodie demolita et in solum nostro tempore reducta propter reparationem dicte ecclesie que minabatur ruinam”. Ma questi restauri evidentemente non bastarono se Sisto IV la ricostrui’ nel 1447, come si legge sull’architrave del portale. Secondo alcuni autori (39) il pontefice l’avrebbe ricostruita dalle fondamenta poco lontana dalla sua sede primitiva, secondo altri l’avrebbe soltanto restaurata. I recenti lavori di restauro non hanno potuto chiarire il problema.
Fu allora un periodo di grande floridezza per la diaconia che qualche anno dopo, nel 1483, a spese di nobili e ricche famiglie toscane, fu ornata con i bellissimi affreschi antoniazzeschi che ancora la decorano, e altri affreschi dovette avere in quel periodo nell’altare di fronte a quello del santo titolare, ma di questi non rimane ora nessuna traccia.
La chiesa dovette presto decadere se gia’ in un censimento della popolazione di Roma (40) quasi certamente del 1526 ove si trovane elencate percio’ soltanto le chiese presso le quali vi era residente del personale ecclesiastico o civile, S. Vito non vi figura, segno evidente che non vi aveva stabile dimora nemmeno un custode. Ed ancora: in una “Lista di tutte le parrocchie di Roma e delli Rettori loro” compilata al tempo di Pio V (41) S. Vito risulta affidata ai monaci della vicina chiesa di S. Giuliano: “S. Vito R.i li frati di S. Giuliano”, i quali, evidentemente, non le dedicarono molte cure se, ridotta quasi in abbandono, lo stesso Pio V, nel 1566, le tolse la parrocchia che trasferi’ a S. Prassede (42).
Pochi anni dopo 1′Arciconfraternita di S. Bernardo al Foro Traiano, per suggerimento del pontefice Sisto V, decise di impiegare le rendite di una ricca donazione ricevuta alla fine del secolo precedente per fondare un monastero che doveva ospitare trentatre’ religiose da scegliersi fra “pie donzelle che desiderose di lasciare il secolo, non potean farlo per mancanza di mezzi” (43). La decisione fu approvata e sanzionata dal papa che concesse la chiesa di S. Vito ed una casa attigua con bolla “Supernae dispositionis” che porta la data del 13 febbraio 1585 (44), ma l’anno deve leggersi 1586, giacche’ Sisto fu innalzato al pontificato il 24 aprile 1585, e come si legge nella lapide che ricorda l’avvenimento, ora murata in un ambiente a sinistra della chiesa e che inizia: “MDLXXXVI IDIB. FEBRUARII…” . Nella bolla sono descritte le tristi condizioni in cui era ridotta allora la chiesa che mancava del campanile (che invece aveva ancora nel 1557, se si deve dar credito alla pianta di Roma Du Perac Lafrery di quell’anno che raffigura S. Vito con il campanile) e delle campane, non aveva paramenti e arredi sacri e nemmeno calici per la messa, che non veniva celebrata nemmeno nei giorni festivi, giacche’ rimaneva sempre chiusa. Percio’ la chiesa fu restaurata e quindi consacrata il 20 marzo del 1586, come si legge nella citata lapide, dal cardinale Enrico Caetani, titolare di S. Pudenziana, assistito dal cardinale Michele Bonelli (Alessandrino), nipote di Pio V. Nel nuovo monastero, che fu costruito adattando e ingrandendo la casa donata, e che aveva chiostro, dormitorio, refettorio e quanto altro necessario alla vita della comunita’, con Bolla “Sacrosantae militantis Ecclesiae” del 13 luglio 1587 (45), Sisto V istitui’ anche un collegio per fanciulle povere e per vedove. Ma, risultato l’edificio insufficiente, le religiose e le ricoverate furono trasferite nell’ottobre dello stesso anno a S. Susanna a Termini, a loro concessa dallo stesso pontefice, per interessamento della sorella del papa, Camilla Peretti (46). In questa chiesa, in una lapide posta nel cimitero delle Suore Cistercensi di S. Bernardo, di stretta clausura, si legge: ab initio fundationis Monasterii Sanctae Susannae anno 1587 (47).

I Cistercensi
La chiesa di S. Vito e gli edifici del monastero, ormai vuoti, furono dati ai Cistercensi che vi stabilirono la residenza del Procuratore Generale dell’Ordine.
La stampa di Alo’ Giovannoli, gia’ ricordata (48), ci mostra come appariva la facciata della diaconia prima dei lavori di ripristino fatti eseguire dal principe Federico Colonna. Questi, come si legge in una lapide sulla parete sinistra, benche’ morso da un cane rabbioso, miracolosamente, per intercessione di S. Vito, non aveva contratto l’idrofobia e percio’, come segno di profonda gratitudine, restauro’ nel 1620 la chiesa dedicata al liberatori suo.
Nelle notizie su questi restauri non si accenna affatto a modifiche apportate alla facciata. Essa, tuttavia, in seguito fu profondamente modificata, come puo’ vedersi in una stampa di Giuseppe Vasi, del 1756, ed in quella di Giovan Battista Piranesi, pubblicata nel 1748, ove ne viene riprodotta soltanto una parte (49) ed in altre stampe successive. A quella sistina, che servi’ da supporto, ne fu sovrapposta un’altra, quasi certamente di stucco, giacche’ nello scomparire ha lasciato soltanto labili tracce, ora non piu’ visibili, ma che possono ancora osservarsi nell’acquerello di Achille Pinelli, datato 1833, rappresentante la chiesa e l’arco di Gallieno. Essa era a due ordini di cui l’inferiore era scompartito in tre sezioni da due semicolonne scanalate corinzie che fiancheggiavano il portale sul quale stava non piu’ lo stemma di Sisto IV, ma quello di un cardinale non individuabile, raccordato all’architrave da due festoni. Il secondo ordine, concluso da un frontone triangolare, si elevava al centro congiunto all’inferiore da due volute; il rosone, fiancheggiato da lesene, era adornato con tre volute. Nella pianta di Roma del Falda, edita da Gio. Giacomo De Rossi nel 1676, la chiesa, anche se rappresentata non molto chiaramente, sembra conservare la facciata sistina: quindi quella riprodotta dal Vasi si dovrebbe datare dopo il 1676, ma la genericita’ delle poche decorazioni e la mancanza di qualsivoglia documento rendono impossibile ogni piu’ esatta datazione. Essa era gia’ scomparsa nel 1821 quando la rappresentava il Rossini nella sua citata stampa ove si vede gia’ quella che e’ arrivata fino a noi, e che e’ fondamentalmente quella di Sisto IV.

I Mariani
I Cistercensi rimasero a S. Vito circa duecento anni, ma, a seguito della separazione della Provincia Romana, dalle altre dell’Ordine, avvenuta nel 1761, voluta da Clemente XIII, essi furono costretti ad abbandonarla. Infatti, con Breve Piis religiosorum votis del 25 febbraio 1779 (50), Pio VI autorizzo’ i Cistercensi a costruirsi un nuovo convento e una nuova chiesa (che poi fu detta S. Maria in Carinis) a piazza delle Carrette e a vendere tutto il complesso di S. Vito, che fu acquistato dalla Congregazione dei Chierici Regolari Mariani (della Immacolata Concezione di Maria Vergine) che vi istitui’ la Procura Generale della Congregazione stessa nel medesimo anno (51), con la conferma dello stesso Pio VI con Breve Studia ac sollecitudines del 4 agosto 1780. I1 pontefice inoltre confermo’ le Costituzioni dell’Ordine con altro Breve Ex debito pastoralis officii del 27 marzo 1787 (52). Tuttavia i Mariani non rimasero a lungo a S. Vito giacche’ durante la prima Repubblica Romana (1798 99) i religiosi stranieri furono espulsi da Roma ed anche loro, polacchi, dovettero lasciare San Vito e Roma nel 1798 (53).
Poco dopo, nel 1801, il frate Antonio da Pistoia, dell’Ordine dei Predicatori, adatto’ il convento a ricovero per ragazze povere abbandonate, ma anche queste dopo breve tempo traslocarono nel Conservatorio Borromeo, e la chiesa fu affidata a un Rettore. Secondo il Biasiotti e 1′Odescalchi, nei locali adiacenti, nel 1806, fu istituita una Casa per esercizi spirituali, pero’ lo stesso Odescalchi nel Giornale Arcadico, ove ha ripubblicato la sua monografia su S. Vito con qualche aggiunta e correzione (54), scrive che la detta casa sarebbe stata fondata nel 1813.
Infine nella riforma delle parrocchie romane voluta da Leone XII e sancita con Bolla Super universam del 1° novembre 1824, S. Vito divenne parrocchia succursale della Basilica di S. Maria Maggiore, e tale e’ ancora oggi (55).

I restauri degli anni 1836 1837
Dopo essere stata abbandonata dai Mariani, a causa dei rivolgimenti politici e del continuo avvicendarsi di sempre nuovi e precari occupanti, la chiesa non aveva avuto per lunghi anni una adeguata manutenzione e percio’ quando nel 1836 ne fu effettuato il restauro si trovava in tristissime condizioni vivacemente e dettagliatamente descritte dal principe Odescalchi (56), che possono essere riassunte da questa frase, che si legge nella sua monografia gia’ citata, sullo stato della chiesa prima dei lavori: “Piuttosto che reputarla un tempio consagrato ad onorare Iddio, (la chiesa) sarebbesi avuta per una spelonca e forse peggio”. Persino gli elementi di stucco della facciata barocca erano quasi completamente perduti, come puo’ vedersi nella citata stampa del Rossini, incisa nel 1821, ove nuovamente, come all’epoca della sua prima costruzione, solo ornamento del prospetto appare il bel portale con la iscrizione e la data.
Percio’ nel 1836, come accennato, per renderla adatta ad assolvere dignitosamente la funzione di parrocchia, da poco conferitale, Gregorio XVI, su parere del cardinale Tosti, ordino’ di intraprendere i necessari restauri che furono affidati alla direzione dell’architetto cav. Pietro Camporese (57).
I lavori furono molto impegnativi ed interessarono tutto l’edificio anche nella sua parte decorativa. Dopo aver ripristinato la solidita’ di tutte le murature, si pratico’ una intercapedine tra la parete sinistra della chiesa ed un piccolo cimitero che gli stava accanto, eliminando cosi’ la grande umidita’ che invadeva le murature; fu riaperta l’abside che era stata occultata con un brutto muro e ne fu ricostruito il catino decorandolo con un cassettonato a croci greche; fu posta davanti al presbiterio una balaustrata a transenne, ora conservata in un vicino cortile della parrocchia; fu ancora riportato su tela l’affresco che ornava 1′altar maggiore, opera del pittore Andrea Pasquale di Recanati, e fu incassato nel muro dietro l’altare maggiore; fu inoltre eseguita una nuova cantoria.
Come detto, l’Odescalchi ha ripubblicato la sua monografia sulla chiesa nel Giornale Arcadico di cui era direttore. Mentre nella prima edizione veniva fatto il nome del solo architetto Camporese, che risultava il direttore dei restauri e unico responsabile di tutti i lavori eseguiti, in questa riedizione (58) del Giornale Arcadico alcuni lavori vengono attribuiti all’opera dell’ingegnere romano Giuseppe Frattini e precisamente il restauro delle armature del tetto, il soffitto a lacunari di varie grandezze recanti lo stemma del pontefice regnante, festoni di foglie d’alloro infine la decorazione delle pareti con binati di pilastri ionici dipinti, sorreggenti una trabeazione con una iscrizione che ricordava i lavori eseguiti e i benefattori Gregorio XVI e il card. Tosti; il Camporese rimane il responsabile della direzione generale del restauro e delle altre opere, in particolare l’abside. Scrive in merito 1′Odescalchi: “… Quindi coll’opera dell’architetto signor cav. Camporese all’abside e’ stata ricostruita la volta a foglio di mattone, ed in essa stanno spartiti de’ cassettoni a croce greca, con un fondo azzurro, a guisa di smalto”; e le pareti sottostanti furono dipinte a finte lastre di marmo. Terminati i lavori, la chiesa venne riaperta al pubblico culto il 15 giugno 1837 (59).

I restauri del 1900
Immediatamente dopo il 1870, il grande improvviso incremento edilizio di Roma, causato dall’insediamento della Capitale nella citta’, si addenso’ nei primi anni principalmente lungo e attorno ai due assi viarii, fra loro ortogonali, costituiti dalle due grandi vie papali: quella denominata Pia e l’altra Felice. Lo sviluppo del quartiere Esquilino, sovraffollando di case i liberi terreni della villa Negroni, di quella Caserta e l’orto e il giardino dei Celestini di S. Eusebio, attorno al tratto della strada Felice che prese il nome di via Carlo Alberto, fece assumere a quest’ultima strada il ruolo di asse viario principale del nuovo quartiere poi in gran parte perduto a favore di altre strade quando 1′Esquilino si riempi’ di case fino a S. Croce in Gerusalemme e San Giovanni. Sia l’importanza assunta dalla nuova via Carlo Alberto, sia l’improvviso grande aumento dei fedeli della parrocchia, convinsero il parroco del tempo, Enrico Spadorcia a propugnare l’apertura dell’ingresso principale della chiesa sulla nuova strada ed anche nuovi restauri che furono realizzati alla fine del secolo in occasione del Giubileo del 1900, grazie alla munificenza del cardinale Francesco di Paola Cassetta, titolare di S. Crisogono (60). Con questi lavori (61), affidati all’architetto Attilio Ricci, con il quale collaborarono il pittore figurista Giovanni Luzzi e il pittore decoratore Mariano Fruttali, fu cambiato l’orientamento della chiesa, chiudendo l’ingresso su via di S. Vito aprendone un altro, come detto, su Via Carlo Alberto ove, addossandola all’antica abside, fu costruita una nuova facciata col campanile a sinistra; in essa fu inserito il portale sistino, che dava accesso ad una scala a doppia rampa (nel cui mezzo, in basso, fu ricavata una imitazione della Grotta di Lourdes) che conduceva all’interno ove fu sbassato il pavimento di tre metri, costruita una nuova cantoria e decorate le pareti e il soffitto con nuovi ornati. Fu tolto inoltre dall’altar maggiore l’antico affresco raffigurante la Vergine con S. Bernardo, sostituendolo con un quadro rappresentante la Vergine Immacolata, opera di Pietro Gagliardi (62), quadro che fu eseguito, si crede, all’epoca dei restauri diretti dal Camporese; vi furono anche aggiunti due nuovi altari. Questi restauri sono ricordati da una lapide, dettata da mons. Vincenzo Sardi,. tuttora esistente sulla parete a sinistra dell’ingresso. Benche’ nella lapide, si legga ” ANNO IUBIL MCM ” , la chiesa fu effettivamente riaperta al pubblico nel 1901 (63). Il 30 aprile di quell’anno, alle ore 10, da mons. Valbonesi, vescovo di Urbania e S. Angelo in Vado, furono benedette le due campane alle quali furono imposti i nomi di Leonia e Redenta. Il giorno seguente, 1° maggio, nella mattinata, alle ore 10,30 il cardinale Cassetta, nominato Commendatario della diaconia di S. Vito il 28 aprile del 1901 (64), ne prese possesso celebrando la messa cantata. Nel pomeriggio dello stesso giorno, alle ore 16 la chiesa fu riaperta al pubblico, e benedetta, con una messa celebrata dal cardinale Vincenzo Vannutelli, arciprete di S. Maria Maggiore e con altra messa pontificata da mons. Caputo. Alle cerimonie assiste’ una grande folla di fedeli. L’altare maggiore pero’ “veniva compiuto e sistemato nella primavera del 1919 e proprio durante i giorni in cui 1′E.mo Cassetta soggiaceva all’ultima malattia mortale” (65).

I recenti restauri
La chiesa deperi’ rapidamente e in questi ultimi anni si e’ sentita la necessita’ di un nuovo radicale restauro promosso dall’architetto Gianfranco Caniggia e dal parroco don Umberto Colafranceschi. Dopo aver accuratamente studiato il monumento e dopo aver praticato alcuni saggi in diverse parti dell’edificio che accertarono la sopravvivenza di tutta la struttura sistina, il prof. Caniggia appronto’ un progetto di restauro che consolidasse le murature ed inoltre restituisse “a Roma una delle poche tra le chiese restaurate o riedificate all’epoca di Sisto IV, che non avesse poi subito interventi successivi di tale mole e qualifica architettonica da renderne impossibile il restauro allo stato originario” (66). Approvato il progetto dalle Soprintendenze interessate, i lavori iniziarono nel 1973, a cura della Soprintendenza alle Antichita’ di Roma I, sotto la direzione della dott.ssa Valnea Scrinari Santamaria, e a cura della Soprintendenza ai Monumenti di Roma, sotto la direzione del prof. Riccardo Pacini coadiuvato dall’architetto Secchi Tarugi e dal prof. Castaldo.
In questi lavori e’ stato ripristinato l’originario orientamento della chiesa riaprendo nella via di S. Vito l’ingresso principale ove e’ stato riportato l’antico portale. Tamponate le finestre barocche, sono state riaperte le bifore quattrocentesche delle quali le prime quattro integralmente originali, mentre l’ultima, verso 1′altar maggiore, a sinistra, e’ quasi tutta di restauro e l’altra che la fronteggia lo e’ solo in parte. Demolito 1′altar maggiore e rimossa la balaustrata, il ritrovato antico altare sistino e’ stato ricollocato nel mezzo dell’abside, liberata da un muro che la nascondeva agli occhi dei fedeli, e sono stati anche soppressi i due altari ottocenteschi. E’ stato inoltre riaperto e restaurato l’antico rosone.
La chiesa e’ stata aperta al pubblico e benedetta il 19 giugno del 1977 con una solenne messa concelebrata dal card. Ugo Poletti, Vicario Generale di S. Santita’ e altri 15 sacerdoti, fra i quali il parroco don Umberto Colafranceschi al cui costante interessamento si deve se questi lavori hanno potuto avere inizio e una cosi’ felice conclusione.

Il Santo
La chiesa e’ stata sempre dedicata a S. Vito e soltanto piu’ tardi appaiono come titolari anche i Ss. Modesto e Crescenzia.
Secondo una Passio, senza alcun valore storico, relativa ai tre santi, Vito, figlio di un nobile siciliano, istruito nella fede cristiana dal precettore Modesto e dalla nutrice Crescenzia, gia’ da giovanetto operava miracoli; percio’ fu fatto arrestare dal preside Valeriano. Liberato da un angelo, con gli altri due si reco’ in Lucania ove continuo’ a diffondere la vera fede e a operare miracoli che, conosciuti dall’imperatore Diocleziano indussero questi, per redimere il figlio da uno spirito maligno, a far condurre a Roma Vito che opero’ il miracolo della guarigione, ma ciononostante, poiche’ si rifiutava di sacrificare agli dei pagani, lo fece condurre in prigione da dove fu ancora una volta liberato da un angelo. Tornato in Lucania, dopo aver continuato, con Modesto e Crescenzia, l’opera di evangelizzazione delle popolazioni del luogo, mori’ sulle sponde del Sele.
Secondo Agostino Amore, che ha redatto l’articolo sul santo nella Bibliotheca Sanctorum (67), il solo Vito deve ritenersi “un auentico martire, mentre gli altri due… sono una pia invenzione del leggendarista”.
Il culto del santo e’ molto antico e, come ricorda il predetto studioso, gia’ alla fine del V secolo gli era stata dedicata una chiesa.
Egli e’ uno di quei santi che in oriente furono detti anargiri e in occidente auxiliatores, cioe’ santi che avendo esercitato in vita l’arte medica gratuitamente ed operato miracolose guarigioni erano ritenuti i piu’ capaci ad intercedere per il risanamento dei malati, ciascuno per particolari malattie, come S. Biagio per le malattie della gola, S. Cristoforo per la peste e tanti altri. Si invocava S. Vito per le malattie della rabbia e dell’altra chiamata appunto “ballo di S. Vito”.
Viene spesso rappresentato, con un cane (o due) ai piedi, come speciale suo attributo, come nell’affresco che lo raffigura in questa chiesa.

LA CHIESA ATTUALE
Preceduta da una breve gradinata, la facciata a capanna, anch’essa restaurata, ma priva ora della semplice decorazione dell’elegante stemma di Sisto IV e della ghiera del rosone, tuttavia reintegrata con l’antico portale, e’ di una estrema modestia, ma conserva “una certa semplice grazia ed una linea piacevole”, come giustamente fa osservare il Tomei (68).

L’interno
L’interno, ormai liberato dalle strutture e dalle decorazioni aggiuntevi dai restauri del Camporese e del Ricci, ha riacquistato la originaria spazialita’ quattrocentesca.
Costituito da una vasta aula rettangolare, conclusa dall’antica abside semicircolare, illuminata dalle riacquistate sei belle bifore sistine, conserva il soffitto ligneo, a lacunari di varie forme, disegnato dal Frattini, ove sono rimaste pochissime tracce della decorazione ottocentesca.
Sulla parete destra sono state poste alcune lapidi, due delle quali riportano la cronotassi dei cardinali titolari della diaconia.
Piu’ avanti, incassato nel muro e difeso da una cancellata, c’e’ un antico cippo romano che ha sulla parte anteriore l’iscrizione che si trascrive, ripresa dall’Odescalchi: AETERNAE. ANIMAE = L. AELII. TERTI. CAUSIDICI = QUAE… FUIT. CON = DICIO… ANNIS = XXX… = CUIU… = PERV… = ARME… DUL = CISSIMO FILIO L. AELIUS = TERTIUS PATER HUNC PLACEN = TIA HABET PATRIA QUEM ROMA = CREAVIT MARMOREO POSITUM SOLIO ARAMQUE SACRA = VIT IN HORTIS ALLI FILETIANI = CARISSIMI AMICI CVRANTE = L. AELIO COMA PATRVO FILIO = INNOCENTISSIMO = ANTROPINA (69).
Di essa si riporta una libera traduzione che il Biasiotti riprende dal Mommsen (70): “All’eterna anima di Elio Terzio, causidico, cittadino di Piacenza, nato e morto a Roma, avendo meritato in patria l’onore di una statua in cui figurava seduto, a Roma dal suo genitore gli fu fatto erigere il sepolcro negli orti dell’amico carissimo Allo Fileziano, avendone curata la esecuzione lo zio paterno L. Elio Coma Cose umane” (allusione alla caducita’ delle cose e della vita umana).
Questo cippo, che ha, visibile sulla faccia sinistra in rilievo, una patera, (in quella destra dovrebbe avere un prefericolo, non visibile perche’ coperto dal muro), e’ detta ” pietra scellerata” , perche’ nel Medioevo si credeva che su di essa dai pagani fossero stati trucidati una grande quantita’ di martiri cristiani; l’incavo che si nota al centro e’ dovuto all’attrito delle mani dei fedeli che la sfioravano per devozione. In alcune antiche guide e poi anche nell’Armellini (71) si dice che questo cippo stava sopra due pezzi di colonna e coloro che erano stati morsi da cani idrofobi venivano in questa chiesa, ove, mangiato del pane benedetto dai monaci, e intriso con l’olio delle lampade accese davanti all’immagine di S. Vito, vi passavano sotto almeno tre volte invocando dal santo la grazia della guarigione.
Poiche’, come si e’ detto, il cippo e’ stato visto sopra due colonne ancora dall’Armellini, la sistemazione attuale sara’ avvenuta durante il restauro voluto dal card. Cassetta.
Poco piu’ avanti si incontra il primo altare ad edicola, di una forma insolita a Roma, costituito da due alti piedritti sui quali poggiano due grandi mensole, recanti quella di sinistra, lo stemma della famiglia Peruzzi, e quella di destra lo stemma partito con le armi della famiglia Machiavelli a destra e Federighi a sinistra. La pala dell’altare, datata 1483, e’ un affresco che nonostante l’umidita’ che per lungo tempo aveva impregnato il muro e’ ora abbastanza ben conservato. Nel registro inferiore sono rappresentati, da destra, i santi Vito, Margherita e Sebastiano; nel registro superiore la Madonna col Bambino benedicente tra i santi Modesto e Crescenzia; nel sottarco: Cristo fra testine di angeli. L’affresco e’ stato recentemente restaurato da Rossano Pizzinelli con la direzione della dott.ssa Luisa Mortari.
Secondo alcuni critici sarebbe opera autografa di Antonio Aquili detto Antoniazzo Romano (c. 1440 c. 1508), il grande pittore del Quattrocento, influenzato prima da Benozzo Gozzoli e poi dal Perugino e ancor piu’ da Melozzo da Forli’, che tuttavia seppe sempre originalmente esprimere la sua forte personalita’ di grande artista, capo di una numerosa scuola di pittori che molto hanno operato a Roma e nel Lazio.
La Mortari pero’ espunge questa opera dal catalogo del Maestro e nella relazione del restauro (72) scrive che questo affresco e’ “di ottima mano, molto vicino ad Antoniazzo, ma piu’ probabilmente di mano di uno dei numerosi seguaci operosi… nella cerchia del Maestro”.
L’alta qualita’ di alcune parti del dipinto (in particolare quelle che piu’ sono state risparmiate dall’ingiuria del tempo, come la Madonna ed anche S. Vito) giustifica l’opinione di quelli che le credono eseguite dallo stesso Maestro, nel momento di maggiore adesione all’arte di Melozzo da Forli’.
Dietro l’antico altare sistino, ritrovato nel demolire il precedente altar maggiore, e’ stato posto, addossato al muro, al centro dell’abside, il quadro rappresentante la Madonna Immacolata, bella ed elegante opera di Pietro Gagliardi (Roma 1809 Frascati 1890 forse il migliore degli allievi romani di Tommaso Minardi, il caposcuola dell’arte “purista”) che questa tela, con la sua dolce grazia astratta, cosi’ degnamente qui rappresenta. Il Gagliardi fu autore di vasti cicli di affreschi in molte chiese romane (S. Girolamo degli Schiavoni, S. Paolo fuori le mura, lo Spirito Santo dei Napoletani ecc.) e in ville e palazzi privati, oltre a quadri e bozzetti ora presso i musei cittadini e presso privati.
Fino a tutto il secolo scorso 1′altar maggiore aveva ai lati due angeli di stucco, prima opera di Camillo Rusconi (Milano 1658 Roma 1728) in Roma, eseguiti nel 1685 (73), ora scomparsi; la pala che lo ornava era un affresco staccato e posto su tela rappresentante la Madonna col Bambino e S. Bernardo. Durante i restauri della fine del secolo scorso fu tolto e sostituito con la tela del Gagliardi. Ora non se ne ha piu’ notizia.
Nell’altare di sinistra, architettonicamente identico all’altro gia’ descritto che lo fronteggia (ma senza stemmi) e che aveva antichi affreschi andati completamente perduti, e’ stata posta ora la pala d’altare rappresentante la Madonna del Rosario, della quale il card. Cassetta era particolarmente devoto, e che figurava su uno degli altari demoliti. Si ignora l’autore del dipinto che non ha grande valore artistico.
Dopo la porta della sacrestia si trova la tomba del card. Carlo Visconti, diacono di S. Vito, milanese, morto a quarantadue anni nel 1565. Il monumento, opera molto modesta, di cui si ignora l’autore, sorge su un alto basamento che sorregge, racchiusa fra due volute, la lapide, che ricorda le delicate missioni assolte con lode dal defunto, rifinita in alto da una cornice sulla quale, alle estremita’, poggiano due sfere di marmo ed al centro, in una cornice quadra, si vede il busto del cardinale posto in una nicchia circolare a scodella.
Questo tipo di monumento, che forse fu iniziato a Roma dallo scultore Luigi Capponi negli ultimi anni del Quattrocento, ebbe grandissima diffusione, in specialmodo nel Cinquecento e nella prima meta’ del Seicento, ma avendosene esempi anche posteriormente, e, nell’Ottocento, ripreso ed imitato con una certa frequenza. Se ne vedono numerosi esempi a S. Maria sopra Minerva, ai SS. Apostoli e in altre chiese romane. Il capolavoro di questa classe di monumenti funebri e’ il sepolcro di Cecchino Bracci, disegnato da Michelangelo, che si trova a S. Maria in Aracoeli.
Nella controfacciata, a sinistra dell’ingresso vi sono due lapidi, la prima ricorda il restauro fatto eseguire dal card. Cassetta; l’altra, dettata dal prof. Gianfranco Caniggia, ricorda i recentissimi lavori di restauro e di ripristino dell’antica chiesa di Sisto IV:
IL MINISTERO DEI BENI CULTURALI E AMBIENTALI = AUSPICE IL PARROCO SAC. UMBERTO COLAFRANCESCHI = NEL V CENTENARIO DELLE OPERE DI SISTO IV = TERMINAVA IL RESTAURO DI QUESTA ANTICA CHIESA = DEDICATA AI SANTI VITO MODESTO E CRESCEN7IA = RIPORTANDO L’EDIFICIO ALL’ANTICO ORIENTAMENTO = MUTATO NEL 1900, RECUPERAVA LE SUE STRUTTURE SISTINE = CONSERVANDO MEMORIA DEI RESTAURI 1620, 1836, 1900 = RITROVAVA I RESTI DELLE MURA E DELLA PORTA ESQUILINA = DELLA CITTA’ REPUBBLICANA.
Usciti, si prosegue fino a via Carlo Alberto, ove si eleva la facciata della chiesa costruita, come gia’ detto dall’architetto Attilio Ricci (74) alla fine del secolo scorso. E’ ad un solo ordine con basso attico, racchiusa fra due lesene doriche leggermente aggettanti, sorreggenti una cornice anch’essa dorica. Al centro si apre il portale che ha sostituito quello sistino ricollocato al suo posto originario. Piu’ in alto, sopra un’altra cornice di poco aggettante, poggia un frontone centinato con il timpano aperto per dar luce ai sotterranei. Il basso attico, con al centro una finestra, e’ concluso da un frontone triangolare sorretto da mensole. A fianco sorge, anch’esso del Ricci, il campanile che, con le sue fitte scanalature orizzontali, corregge l’eccessiva verticalita’ della facciata, la quale, pur rimettendo in vista parte dell’antica abside, e’ stata giustamente conservata e restaurata, giacche’ nella sua garbata e leggiadra semplicita’ si inquadra degnamente nella architettura dell’epoca, nel solco della grande tradizione romana e ancora nello spirito di quel gusto purista che aveva animato tanti architetti operosi a Roma nel XIX secolo.
Altre opere di Attilio Ricci, di cui non e’ stato possibile trovare notizie biografiche, sono: palazzo in via dei Banchi Nuovi (angolo con via della Campanella) n. 18 20, del 1886, casa in via Borgo Nuovo, 115, del 1897 (demolita in occasione dell’apertura di via della Conciliazione) (75); casa in piazza Vittorio, 11, del 1885; casa in via di S. Vito, 12, del 1899; ed infine il palazzo in via Carlo Alberto, 41 45, del 1901 (76).
Dal portale sopraddetto si accedera’ ai sotterranei, in via di sistemazione, ove si potra’ vedere quanto e’ stato trovato durante gli scavi i cui risultati, in attesa di una relazione dettagliata che sara’ redatta in un prossimo avvenire dai responsabili dei lavori, si possono cosi’ sintetizzare: ritrovamento di un tratto di un acquedotto romano (Anius Vetus), parte delle fondazioni della porta Esquilina e delle mura “serviane”, oltre ad altre murature romane di varie epoche, ed un tratto di strada.

L’Arco di Gallieno
L’arco e’ l’antica porta Esquilina che si apriva nelle mura Serviane, di cui si puo’ vedere, non lontano, un breve tratto, in via Carlo Alberto, sporgente – in perfetto allineamento con l’Arco – dalla casa contrassegnata dai numeri civici 45 e 45/A. Questa porta, alla quale adduceva il clivus suburanus e dove avevano inizio le vie Labicana e Tiburtina fu completamente rifatta da Augusto e soltanto restaurata da M. Aurelio Vittore che la dedico’ nel 262 (77) all’imperatore Gallieno ed alla moglie Salonina. Sull’architrave, su ambedue le facciate dell’arco, e’ incisa l’iscrizione che si riporta perche’ di difficile lettura: GALLIENO CLEMENTISSIMO PRINCIPI CUIUS INVICTA VIRTUS SOLA PIETATE SUPERATA EST ET SALONINAE SANCTISSIMAE AUG(ustae) AURELIUS VICTOR V(ir) E(gregius) DICATISSIMUS NUMINI MAJESTATIQUE EORUM.
In origine aveva tre fornici, ma i due laterali, piu’ piccoli e anch’essi quasi certamente centinati, sono andati perduti; ne rimangono pochi avanzi soltanto sul lato verso la chiesa.
Durante il medioevo furono appese al centro dell’arco, sospese ad una catena, le due chiavi di una delle porte, chi scrive della citta’ di Viterbo (porta Salsicchia), chi scrive, invece, di Tivoli o di Tuscolo, prese dai Romani quali trofei di guerra e di vittoria. Si vedono in un disegno ricostruttivo dell’Arco eseguito da Giuliano da Sangallo e nella stampa di Alo’ Giovannoli, del 1619, ma erano andate perdute gia’ alla meta’ del Settecento giacche’ nelle stampe del Piranesi (1748) e del Vasi (1756) che rappresentano il monumento le chiavi non si vedono piu’, come non si vedono nella stampa del Rossini del 1821 (78).
Sempre nel Medioevo, l’arco veniva chiamato anche arcus pictus: nel Liber Pontificalis, nella vita di Adriano I (772 795) (79), si legge: ” …. venerunt in Merulanam, ad arcum depictum qui est secus viam quae ducit ad ecclesiam sanctae Dei genitricis ad Praesepe”.
Gli affreschi quasi certamente erano religiosi e relativi a S. Vito. Il recente restauro ha confermato l’esistenza di queste pitture di cui sono state trovate labili tracce (80).
Il fornice centrale, con l’angolo esterno del pilone sinistro, va ad incastrarsi nella facciata della diaconia dei SS. Vito, Modesto e Crescenzia, formando con essa quasi un solo monumento.


NOTE
(1) L’Esquilino che nell’antichita’ comprendeva le tre alture denominate Fagutal, Oppius e Cispius, costituiva la II Regione di Servio Tullio fino all’epoca di Augusto che la smembro’ dividendola tra le due nuove Regioni III e IV. Il nome di Esquiliae rimase allora alla V Regione augustea che si trovava al di fuori delle mura serviane.
Nell’eta’ del Ferro le tre sommita’ erano occupate da villaggi i cui sepolcreti (nei quali le tombe piu’ antiche rimontano all’inizio del secolo VIII, di poco posteriori a quelle piu’ arcaiche del sepolcreto del Foro Romano, del IX secolo) furono trovati dopo il 1870, negli scavi degli ultimi decenni del secolo scorso, lungo le vie Giovanni Lanza e dello Statuto e a piazza Vittorio. Per quanto riguarda l’area adiacente alla diaconia di S. Vito e che qui interessa, durante gli stessi scavi, nei pressi della piazza, davanti alla chiesa e nelle vie circostanti, al di fuori delle mura serviane (zona che, dopo la costruzione di queste, era divenuta un grande sepolcreto), furono trovate tombe piu’ tarde, ma di varie epoche, fra le quali, di grande interesse, i cosi’ detti “sepolcri singolari”, costruiti in blocchi di peperino, appartenenti a famiglie di alto livello sociale, come quello, scavato a poca distanza dalla porta Esquilina e da S. Vito, che si crede della nobile famiglia dei Fabi, decorato con affreschi datati da Filippo Coarelli, nel catalogo della mostra “Roma Medio Repubblicana “, pp. 200 208, alla prima meta’ del III secolo e conservati nei Musei Capitolini (Braccio Nuovo), e l’altro sepolcro, anch’esso decorato con affreschi, chiamato sepolcro Arieti, trovato poco lontano dal precedente. Soltanto nel periodo tardo repubblicano la zona diviene in parte il sepolcreto degli schiavi e dei poveri, inumati in tombe comuni chiamate puticuli (rinvenuti numerosi nell’area tra via Carlo Alberto e via Napoleone III). Ma non tutto il Campo Esquilino doveva essere sepoltura di poveri se Cicerone, come si legge nella IX Filippica (XVII), nel 43 a. C., per onorare la memoria di Servio Sulpicio, morto durante un’ambasceria nel campo di Antonio, propone che gli sia innalzato un monumento e che gli sia costruito un sepolcro nel Campo Esquilino: non si erige un sepolcro onorario in un luogo malfamato.
Qualche anno dopo la zona fu risanata, Mecenate vi costrui’ la sua villa e i suoi famosi giardini, Augusto vi edifico’ il Macellum Liviae cioe’ un mercato monumentale che dedico’ alla moglie (o che fu costruito dalla stessa Livia), vi sorse il Foro Esquilino e via via altre ville che la fecero divenire una delle zone piu’ belle della citta’.
A chi volesse approfondire la conoscenza dell’Esquilino, si consiglia la consultazione dei seguenti testi:
F. Castagnoli, C. Cecchelli, G. Giovannoni, M. Zocca, Topografia e Urbanistica di Roma, 1958.
Platner Ashby, Topographical dictionary of ancient Rome, Oxford, 1929. E. Gjerstar, Early Rome, 1953 1966. G. Lugli, I Monumenti antichi di Roma e Suburbio, vol. III, 1938. F. Coarelli, Guida Archeologica di Roma, 1974. E. La Rocca, A. Sommella Mura, Il Sepolcreto Esquilino, nel catalogo della Mostra: “Civilta’ del Lazio Primitivo”, 1976. M. Taloni, La Necropoli dell’Esquilino, nel Catalogo della Mostra “Roma Medio Repubblicana”. F. Coarelli, scheda 283, Frammento di affresco dall’Esquilino con scena storica, nel catalogo della Mostra “Roma Medio Repubblicana” . Girardi, Spagnesi, Gorio, L’Esquilino e la piazza Vittorio, 1974. E. Jezzi, La Chiesa di S. Eusebio all’Esquilino, 1977.
(2) G. Matthiae, Le chiese di Roma dal IV al X secolo, p. 176.
(3) H. I. Marrou, L’origine orientale des diaconies romaines, in ” Mélanges d’archéologie et d’histoire “, 1940, p. 95 sg.
(4) I. Lestocquoy, Administration de Rome et diaconies du VII au IX siécle, in “Rivista di Archeologia cristiana” (RAC), 1930, p. 261 sg.
(5) L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, Parigi, E. De Boccard, 1955, in seguito citato con le sole iniziali: L. P., vol. I, p. 255.
(6) Gregorio Turonense, Historiae Francorum, Basilea, 1558, L. X, p. 529.
(7) L. P., vl. I, p. 315; G. Biasiotti, op. cit., p. 8.
(8) L. P., vol. I, p. 364.
(9) L. P.: per Giovanni V, vol. 1, p. 367; per Conone, vol. I, p. 369; per Gregorio II, vol. I, p. 410.
(10) L. P., vol. p. 504
(11) L. P., vol. I, p. 505.
(12) L. P., vol. I, p. 509
(13) L. P., vol. I, p. 365.
(14) L. P., vol. II, p. 19 sg.
(15) G. Biasiotti, op. cit., p. 17; O. Bertolini, Per la storia delle diaconie romane nell’alto Medio evo, in Archivio della Societa’ Romana di Storia Patria, p. 139
(16) M. Armellini, Le Chiese di Roma dal sec. IV al XIX, a cura di Carlo Cecchelli, 1942, p. 1002.
(17) R. Venuti, Accurata e succinta descrizione di Roma Moderna, 1766, p. 108; O. Panciroli, Tesori nascosti dell’alma citta’ di Roma, 1625. p. 242; C. B. Piazza, Gerarchia ecclesiastica, p. 886; P. Odescalchi, De’ nuovi lavori eseguiti nella diaconia dei SS. Vito e Modesto, 1837, p. 11
(18) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica, vol. XIII p. 72
(19) Ammiano Marcellino, Res gestae, XXVII, III, 12.
(20) C. Cecchelli, Quale e’ la basilica di papa Liberio?, in “Il Giornale d’Italia “, 12 febbraio 1933, n. 37; G. B. De Rossi, Bollettino di Archeologia Cristiana, 1871; p. 21 sg., C. Cecchelli, in Castagnoli, Cecchelli, Giovannoni, op. cit., pp. 253 254
(21) A. Ferrua, S. Maria Maggiore e la “Basilica Sicinini”, in “Civilta’ Cattolica”, 2 luglio 1938, p. 53 sg.
(22) L. P., vol. I, p. 470.
(23) L. Duchesne, Les titres presbytéraux et les diaconies, in “Mélanges d’Archéologie et d’histoire”, 1887, p. 238.
(24) G. Biasiotti, op. cit., p. 19.
(25) C. Cecchelli, S. Vito in Campo, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”, 1936, p. 245 sg.; G. Ferrari, Early Roman Monasteries, 1957.
(26) L. P., vol. II, p. 24.
(27) M. Armellini, op. cit., p. 1002; card. I. Schuster, Liber Sacramentorum, t. II, p. 350.
(28) L. P., vol. II, pp. 12 e 21.
(29) F. Coarelli, op. cit., pp. 195 e 208; G. Lugli, op. cit., p. 418; Platner Ashby, op. cit., p. 322.
(30) G. Lugli, op. cit., p. 418.
(31) P. E. Visconti, Decadi epigrafiche capitoline Decade seconda, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”, 1876, p. 41 sg.
(32) FL. EURICLES EPITYNCHANUS V. C. PRAEF. URB. CONDITOR. HUIUS. FORI. CURAVIT e sul lato sinistro: COLL. X KAL FEBR ARRIANO ET PAPO COS.
(33) P. E. Visconti, op. cit., 1876, p. 41 sg.
(34) R. Lanciani, L’Itinerario di Einsiedeln e l’Ordine di Benedetto Canonico, Accademia dei Lincei, I, Roma, 1891, p. 99.
(35) F. Coarelli, op. cit., p. 208.
(36) R. Valentini G. Zucchetti, Codice topografico della citta’ di Roma, pp. 188, 189, 194.
(37) C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel Medioevo, p. 499.
(38) C. L. Urlichs, Codex Urbis Romae topographicus, p. 141.
(39) C. Huelsen, op. cit., pp. 499 500; M. Armellini, op. cit., p. 1002; A. Nibby, Roma nell’anno MDCCCXXXVIII, vol. 3°, pp. 760 762.
(40) D. Gnoli, Descriptio Urbis, o Censimento della popolazione di Roma avanti il Sacco Borbonico, 1894.
(41) M. Armellini, Un censimento della citta’ di Roma sotto il pontificato di Leone X, p. 116.
(42) G. Biasiotti, op. cit., p. 41; P. Odescalchi, op. cit., p. 13.
(43) V. Sebastiani, Cenni storici dell’antichissima chiesa e confraternita di S. Bernardo al Foro Traiano, p. 17.
(44) L. Cherubini, Bullarium sive collectio constitutionum …. a S.D.N. Sisto Quinto…., 1588, p. 58 sg.; C. Tempesti, Storia della vita e gesta di Sisto V, 1754, p. 185 sg.
(45) Bullarium Romanum, 1868, T. VIII, p. 877 sg.
(46) B. M. Apollonj Ghetti, S. Susanna, Chiese di Roma Illustrate, n. 85 p. 87.
(47) B. M. Apollonj Ghetti, op. cit., p. 84.
(48) Le finestrelle che si vedono nella parte sinistra della facciata nella stampa del Giovannoli sono interpretate dal Biasiotti (op. cit. pp. 33 34) come quelle della scala del distrutto Campanile.
(49) G. Vasi, Delle Magnificenze di Roma, L. VII, tav. 126; G. B. Piranesi, Le Antichita’ Romane, T. VIII, parte III: Gli archi trionfali, n. 375 b, 1748.
(50) Bullarii romani continuatio, 1845, T. VI, pp. 79 ss.
(51) Bullarii romani continuatio, 1845, T. VI, pp. 220 ss.
(52) Bullarii romani continuatio, 1845, T. VIII, pp. 13 ss.
(53) K. Severmickas, I Chierici Regolari Mariani, in “Ordini e Congregazioni Religiose ” a cura di M. Escobar, vol. II, p. 1019.
(54) P. Odescalchi, De’ nuovi lavori eseguiti nella diaconia dei SS. Vito e Modesto. Descrizione… riveduta e corretta dall’autore, in “Il Giornale Arcadico di Scienze, Lettere e Arti”, T. LXXIII, Ottobre Dicembre 1837, pp. 271 ss.
(55) Bullarii romani continuatio, 1845, T. XVt, pp. 255 ss.
(56) P. Odescalchi, op. cit., p. 31.
(57) P. Odescalchi, op. cir, p. 4.
(58) P. Odescalchi, Giornale Arcadico citato, pp. 304 ss.
(59) Diario di Roma, 8 luglio 1837, n. 54.
(60) G. Biasiotti, op. cit., p. 44.
(61) La Voce della Verita’, 30 aprile 1901, n. 99; 5 6 maggio 1901, n. 104.
(62) G. Biasiotti, op. cit., p. 45. I Chierici Regolari Mariani hanno dei documenti che proverebbero che il quadro e’ opera del Pittore polacco Francesco Smuglewicz, che lo avrebbe dipinto, per loro incarico, negli anni 1782 1783 circa.
(63) La Voce della Verita’, 1° maggio 1901, n. 100; e 2 maggio 1901, n. 101.
(64) F. Vistalli, Il Cardinale Francesco di Paola Cassetta, 1933, p. 208.
(65) F. Vistalli, op. cit., p. 209.
(66) G. Caniggia, op, cit., p. 57.
(67) Bibliotheca Sanctorum. vol. XII, col. 1244 ss.
(68) P. Tomei, L’Architettura a Roma nel Quattrocento, 1942, pp. 174 175. 73)
(69) P. Odescalchi, op. cit., p. 24.
(70) G. Biasiotti, op. cit., p. 27.
(71) M. Armellini, op. cit., p. 1002; R. Venuti, op. cit., vol. I, p. 108; A. Nibby op. cit., vol. III, p. 760; F. Titi, Descrizione delle pitture sculture e architetture …., 1763, vol. I, p. 229.
(72) Catalogo della Mostra: Restauri della Soprintendenza alle Gallerie e alle opere d’arte 1970 1971, De Luca, 1972, p. 22, scheda 18.
(73) A. Riccoboni, Roma nell’arte, p. 265. Questi angeli indicano che in quell’anno nella chiesa furono, eseguiti lavori importanti. Fu forse in questa occasione che la Chiesa ebbe la facciata rappresentata dal Vasi?
(74) La Voce della Verita’, 30 aprile 1901; D. Angeli, Le Chiese di Roma, p. 603.
(75) G. Spagnesi, Edilizia romana nella seconda meta’ del XIX secolo, 1974, pp. 26, 86.
(76) F. Girardi, G. Spagnesi, F. Gorio, L’Esquilino e la piazza Vittorio, Editalia, 1974, pp. 64, 73.
(77) G. Lugli, L’Arco di Gallieno sull’Esquilino, in “L’Urbe”, 4, 1937, pp. 16 ss.; L. G. Cozzi, Le Porte di Roma, 1968, pp. 85 ss.
(78) L. G. Cozzi, op. cit., p. 65; Alfonso Bartoli, Cento vedute di Roma Antica, Alinari, 1911 tav. 75; G. B. Piranesi, Le Antichita’ Ronzane, T. VIII, parte III, Gli Archi Trionfali, n. 373 b, 1748; G. Vasi, Delle Magnificenze di Roma, L. VII, tav. 126; L. Rossini, Gli Archi Antichi Trionfali e Onorari, Tomo VI, n. 65.
(79) G. Biasiotti, Le diaconie cardinalizie e la diaconia: ” S. Vito in Macello”, 1911, p. 29, n. 2; L. P, vol. I, p. 489.
(80) G. Caniggia, S. Vito, l’opera di Sisto IV e i restauri in corso in ” Bollettino del Centro Studi per la Storia dell’Architettura 1976 pp. 59.